25/05/13

"Piccoli semi, cucinati, crescono"

Da Soms 150. Appunti per una memoria condivisail contributo dello sciaradico Andrea Germondari.



Uscire di casa con cinquemilalire. Andare a caccia di supergommose e rotolare nelle salette dei videogiochi. Passare da un fumoso bar all'altro e rendersi conto che sui muri si aggrappano, soltanto, poster di muse con vestiti succinti. E le pubblicità del Campari.

Nel serendepico cammino sui ciottoli del centro, entro in un locale che ha muri dipinti di suoni diversi. Pareti frastagliate da montagne di bucciato, dove riposano polverose targhe di società lontane. Artieri. Operai. E consorelle.
Figure e sensazioni che evocano un passato fiero ed amichevole. Un immaginario desueto che, però, ancora riesce a scaldare questo presente, trasportato sulle onde del tempo dal ligneo bancone scolpito, almeno nella mia mente, con forme di vascello.
E tra il bancone e le targhe, gallerie profumate a cantina sfociano in una mostra temporanea e perenne di quadri d'arte che neanche fossimo in un museo. Arte strana per lo più, uomini di latta con gambe di forchette, un'acatodica televisione in cartone e foto di paesaggi ignoti impressionate in un colorato bianconero.
Mi preme riportare al lettore di questo cammino di storie vissute che, nella Corridonia degli infiniti accanimenti calcistici ai bar e le balorde scorribande di giovani allegri col cinquantino, queste cose non andavano e non vanno per la maggiore.

I primi passi nel S.O.M.S. erano felicemente ballati. Con i compagni di merende e di bevute, e i Mauri e le Eve gaiamente al bancone. In un susseguirsi dei concerti, spesso con musica bizzarra per davvero, di economiche ma abbondanti cene sociali, di mostre e d'incontri anche di quarto Stato. Dentro a quello che appare uno sgabuzzino di via Procaccini 50, vedevo un porto culturale riempire di idee, emozioni e persone la mia cittadina appiattita nella sequenza casa-bar-lavoro-chiesa.
Scrutavo con gli occhi di un alieno idee e metodi di tanti piccoli corpi che preferivano, consapevolmente o meno, avvicinarsi ad una collettività dallo sguardo rivolto alla stagione del mutualismo. Piuttosto che abbandonarsi alla totalizzante logica del capitale ed il suo appiattimento all'imperante dicotomia profitto-non profitto.
Osservavo, in movimento, emozioni trapassate nelle carni da parole sonore e visuali. Che solleticano la mente con un barlume di riflessione. Con luci di pensieri, laici per intenderci, che alimentavano il vivere sociale corridoniano con bagliori di molteplici forme ed intensità.
Bado nel dare a tutti loro un colore eccezional rivoluzionario. Ma, tutti loro sono, semplicemente, altri rispetto al disarmante contesto. Immerso nella trappola della quotidianità. Per non menzionare di quello illuminato dall'accecante e veloce paga dell'individualismo.
Guardavo con sguardo ammaliato una distesa di persone, intendo quelle che sanno la differenza tra la S.O.M.S. e un circolo di canasta, legate in una trama di mani solidali, fitta in alcuni momenti e lunga incredibili chilometri in altri. Una rete di relazioni, talvolta divise dalla contingenza e dalla spinta ad emigrare alla ricerca di un maledetto lavoro, ma comunque profonde e vive. Allacciate alla rassicurante pratica del mutuo soccorso. O alla parola operaio. Sicuramente a quella calda di società.
Qualità e quantità insomma. Perché i numeri apparentemente possono sembrare esigui nella perpetua saga dei rapporti di forza, ma sono in grado di sbocciare a macchia di leopardo in un variopinto affresco che collega Colbuccaro con Torino con l'Australia. Dagli esiti incerti, ma, scusate se poco in questi anni grigi di crisi, pittoreschi.

E così, a forza di sbarchi, i messaggi si sono catalizzati. Lentamente e confusamente si sono sedimentati con altri affluenti in un profumato strato di humus. Si sono trasformati, scontrandosi in improbabili pensieri, in una fiorita e strana alchimia di vecchie amicizie e nuovi bisogni. È nato il cantiere aperto SciArAdA. Un ricettacolo di idee popolato dai tarli del dubbio che disegnano un pasticcio di stili. O almeno ci provano. Lentamente ovviamente.

Partendo dalla figura dell'altro.
Il nuovo aggregato ha sentito, insieme all'immaginario d'idee ed emozioni degli attori somsici, di odorare come un alieno sociale nell'intestino di una città che non ha il libretto d'istruzioni di questo altro. E non lo va di certo a cercare.
L'altro, Corridonia, volge lo sguardo, nell'infinita formazione di cerchie sociali in cui abitare, verso un ulteriore ed immancabile altro. Gli immigrati per adesso.
L'altro che da sempre delimita spazi simbolici, determina un noi con la semplice evocazione del voi ed impone un perenne interrogarsi. Indubbiamente riconoscendo l'importanza prioritaria di creare e sostenere un noi dentro ad un luogo. Immancabilmente generando ulteriori alterità che caratterizzano frammentando la vita della città in un microcosmo di piccoli e grandi alveari.
Oltre all'altro c'è, dannatamente e amabilmente un altro.

E con una strutturata idea sognatrice SciArAdA sta provando a far incontrare due dei tanti altri. Due parti che talvolta si respingono senza mezzi termini o peggio senza proferir parola con la facile scappatoia dell'inerzia, ma che indissolubilmente compongono le stesso insieme cittadino. Festeggiando, umilmente e sommamente, la giornata madre dell'essenza democratica e repubblicana nazionale: la Liberazione dal nazifascismo. Unendo il noi, antifascisti, con la copiosa schiera degli altri disinteressati e degli altri indifferenti che non parteggiano. Come direbbe qualcuno. Tramite una continua ricerca di approcci di discussione che collegano ogni nuovo 25 aprile con quello originario. Usando pratiche comunicative che avvicinano i corpi e le idee del noi con quelle distanti degli altri. Riappropriandosi dal basso di spazi pubblici con l'intenzione di ricoprirli, nel tempo, di una spessa patina identitaria che raffigura l'alto contenuto dei principi della Liberazione.

È proprio una liberazione festeggiare la Liberazione. Specialmente con un noi supportato dalla prodigiosa compagine della S.O.M.S. nella giornata del 25 aprile e nella sua preparazione oliata dalla mutualistica trama relazionale e dall'aiuto tecnico-morale. Ulteriormente conditi da due Cene SciArAdiCHE nella mensa culturale somsica.
Nella prima cena, il quattro giugno duemiladieci, abbiamo ringraziato coloro che in natura spontanea o gentilmente forzata hanno dato forma materiale alla festa, mentre si condivideva con gli altri presenti il passaggio del gruppo sciaradico da entità metafisica ad associazione di fatto.
Quest'ultimi, i passanti, sono stati spinti a far capolino nel labirinto di tavolini di via Procaccini dalla curiosità della nuova aggregazione in movimento nella terra di sodalizio. Ai primi, volontari, invece, premeva di più, giustamente, essere riveriti iniziando così un'auspicabile lunga collaborazione sulla base di un straordinario do ut des. Lavoro sudatamente gratuito in cambio di un caloroso ringraziamento che riempie i cuori. In nome di un qualcosa materialmente non scambiabile che ci rende uniti. E felici.
E con questo condito antipasto di umori d'intenti, poi, il corpo della cena è stato messo a tavola dalla sapienza del mastro cuoco Slash e alacramente bagnato da succhi d'uva di ogni color rosso che hanno condotto i commensali fino al tripudio finale di torte e crostate. Che neanche fossimo ad una festa per bambini.
Molti bambini ed aspiranti tali, prevalentemente autoctoni, invece, piacevolmente sono andati alla scoperta di una S.O.M.S. aperta ai soci ed ai collettivi compagni d'avventura. Luogo generalmente classificato come altro che poi, alla fine, così tanto alieno non è.
E continuando con spruzzi di vino da ogni direzione, il concerto dell'autore civitanovese Francesco Bigoni con la sua compagine ha mosso, essenzialmente in maceratese ma anche in una lingua incomprensibile per queste parti, l'italiano, le danze dei tanti che festeggiavano la nascita nel grembo della S.O.M.S. della nuova associazione.

Anche nella seconda Cena SciArAdicA, in un fragorosamente bagnato tredici aprile duemiladodici, il leitmotiv dell'autofinanziamento per i festeggiamenti del 25 aprile ha popolato le gallerie via Procaccini. Con una classica cena economica, come l'operaia tradizione del luogo vuole, a base di panzarotti ripieni fatti a mano, polpette e spiedini anche fatti a mano e pasta al forno scultorea del segretario cuoco Slash.
L'aria conviviale pregna di un allegro profum d'aglio veniva all'uopo accesa da un esagerata lotteria condotta da Mirco Moriconi. Arrampicamenti concettuali e risa sparpagliate accompagnavano i vincitori dei premi proto-culturali ed etilici durante la serata di pioggia. <<Cominciando dal decimo premio, come se dice in inglese chain workers? ... Lavorare nelle cattedrali del consumo?!...........>>. Un silenzioso allargamento delle braccia espanse l'ilarico senso del piacevole momento. << 'Rganizzatori, qual'è il nono premio?>>,<< 'natru libru???........>>. <<Ammò so capito perché la jente non comprava li viglietti!>>.
<<Comunque è “L'orto della zingara”>>. E tra le mascelle in compressione arrivava un spassionato e sincero <<questo ve lo consiglio vardasci...>>.
Poteva mancare, ma poi ne avremmo sentito la necessità, quindi c'è stato, il premio della giuria “Palma condizione becera”: una bottiglia di Gotto d'Oro bianco, apprezzato soltanto dagli intenditori. Non sto qui a dilungarmi sulle sue indiscusse proprietà tanniche. A buon intenditor, pochi bicchieri.
Così nel finir che ha iniziato le danze, il condimento musicale è stato assicurato da Paolo Jacoponi, selector non improvvisato ma col tempo, anche nella S.O.M.S., autoformato.


E così, al calar di questa piccola storia, ritorniamo al suo apice con un sobbalzo. Non conoscevo la società operaia. Ma ho la sensazione di non aver sbagliato porta. Lasciamola sempre aperta.

Nessun commento: